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Nord o Sud | Tu come lo passi il Natale?

d0000001389lrubrica_easy2_ld E’ giunto il momento che lo dica pubblicamente: la mia famiglia non segue la classica tradizione del Natale. Una tradizione nomade la nostra; magari stanziale solo per qualche anno, ma poi, come Juliette Binoch in “Chocolat”, all’arrivo del vento freddo della Vigilia, ci si spostava in un’altra casa. Ancora oggi.

Così, volente o nolente, ho avuto modo di scoprire come le persone festeggino la ricorrenza a tavola.
Le famiglie del sud, per esempio, seguono questo cerimoniale.
Tanto per cominciare il rito della “sovralimentazione” ha inizio la sera del 24, con quello che viene chiamato da tutti “il cenone”. Non esiste nella lingua italiana altro termine che esprimi così alla perfezione una pratica antropologica che sta al limite della tortura. Chi è del sud, o ne fonda le sue origini, sa bene che mamma, nonne, zie, cugine e nipoti, si trovano molte ore prima per preparare qualsiasi pietanza possibile. Ma non solo: la percentuale di fritto che viene messa in tavola supera di gran lunga il 100%. Finisce nell’olio qualsiasi cosa: dal panzerotto all’arancino, dai gianchetti allo zoccolino fermaporta. Inizia un andirivieni dalla cucina alla sala da pranzo che nemmeno alla mensa della Caritas e ognuno, quando riesce, acciuffa qualche prelibatezza al volo, ancora prima che finisca in pasto alle cavallette.
Per alcuni il cenone s’interrompe a mezzanotte, giusto il tempo di infilare il visone e andare alla Santa Messa barcollanti, satolli, appesantiti. Altri, invece, ingurgitato l’impossibile, proseguono la serata con lo scambio di regali, con i giochi di carte e con frutta secca, arance, mandarini e fichi. E perché no, qualche dolcetto, meglio se fritto o cotto nel vino.
Le famiglie del nord, invece, molto spesso trascorrono la notte della Vigilia in tutta tranquillità, perché sanno che il vero massacro sarà il giorno dopo. Tutt’al più fanno la comunione in chiesa, ma oltre non si va.I sapori tipici delle tavole natalizie del nord hanno in comune molto con quelli del sud; o meglio, hanno in comune una cosa fondamentale: la pesantezza. Da che mi ricordi non sono mai mancati bolliti con mostarde, formaggi grondanti colesterolo, conigli, cervi, polente, etc. Insomma, tutto ciò che la Weight Watchers e la Dottoressa Tirone sconsigliano da anni.
Cenone, pranzo, cena, pranzo, cena e pranzo: dal 24 fino al 26 sera – e nel caso che il calendario lo permettesse, anche i giorni a seguire – per qualsiasi famiglia è una non-stop di cibo, perché “non si vorrà mica buttare tutta questa roba”?
Inizia dunque la litania degli avanzi, ovvero il difficile compito di mangiare (leggi smaltire) tutto quello che è rimasto e che potrebbe, tranquillamente, sfamare un piccolo stato africano. L’unico piatto consentito al di fuori del menù è il brodo-sciacqua-budella, magari con i cappelletti fatti in casa che “tanto sono leggeri, li ha fatti nonna. Mangia!”.Così, tra un mercante in fiera, una peppatencia e almeno dieci giri di tombola, c’è chi è preoccupato per lo scoppio imminente dello stomaco, chi mette già le mani avanti e dice che dopo le feste inizierà dieta/palestra/step/pilates e chi, invece, se ne esce con la domanda – “A capodanno che si fa? Un bel cenone?”.
Del resto è così: il cibo non è solo una necessità o un piacere fine a sé stesso; è uno straordinario collante sociale, in grado di farci trascorrere dei momenti di vero piacere con le persone che amiamo.

Quest’anno non so ancora a quale tavola mi unirò, ma so che sarà un bel momento come sempre.
A proposito, qualcuno vuole invitarmi?
Buone Natale a tutti.

Valerio

Valerio Canevaro, creativo freelance di 35 anni. Cucina poco ma mangia molto. Solo cose buone!

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